promiscuità

Se vuoi, ci appartiamo, io , te,

le ombre che s’alzano dal letto.

Fino a sgozzarci di parole. Gli occhi,

una pressa che risponde a comando.

E poi. / Mai, il poi! / Un bell’altare

d’ ingenerose risonanze. Per chiudere

gli armadi, per staccare le mani dal viso.

Irrestituibili, solidali all’inverno.

Al gelo che grinza. Le scarpe della festa.

I buchi delle cinture. Le periferie d’un foulard.

Mai sul collo. Sfacciato. Narrato.

mono local

 

 

-L’amore-

/ lei pensò

dietro la porta di servizio /

- mi bacerà in discesa -

Con quelle maniere da clarissa

spiegò la terra, le buche,

il buon esercizio a deglutire.

Babelicamente fedele,

al digiuno, alle periferie.

passage

 

 

 

Che sia senza cura, la buona,

la cattiva notizia

Che sia vivace galassia

indolore, come morte sottobosco,

distratta, lontana dallo stupore

Magari sotto pietà d’un filo di rugiada,

sotto un qualunque nido dove

ancora non miete, il canto degli uccelli

non miete, il verme, la pioggia,

il millimetro del volo

Che sia una scaglia d’aria e non ricordo,

la vita che pian piano si spreme,

la forma di betulla che scompare,

il filo, l’ago, il ditale

che sbalordì il silenzio, a tempo, il tempo spaziale

Quando l’amore, i figli, la capocchia del melograno,

e, quel miracolo di bacio, il primo, scritto, fitto, sotto mano.

tra mort ire

 

 

 

Si canterà stamani, ci si morderà un poco le labbra. Poi. Donne democraticamente pugnalate, al sorgere tramortir del sole. Un trafiletto di sangue quotidiano. E alberi, alberi bianchi dal ramo che invita gli avvoltoi; per chi s’uccide, oggi. Nel secolo grasso, senza più odore di pane, senza un abitato lavoro. I figli, virtuosi, moderni, inanimati. Di speranza, ondulati.

 

interno

 

 

E allora vedrò

quanto s’è seduto il tempo

sul collo persino su queste

scapole ch’erano primizie


Quanta balbuzie di sorriso

tra il pensiero e il mento

 

Dirò

- Come, Dorì, fragil’ è, ora, la tua ringhiera -

specchiando il turgido agrume de’ quadri

/ la pescatrice che siede, a sera, la gonna

di pezza, due ginestre tra dita /

alla signora Ombretta, gentil mia piroetta!

 

  

 

Vabbè, io sono parca, al mare non c’ ho barca

e, sotto al solleone, m’affitto l’ombrellone

Mi porto un tramezzino, lo mangio pian pianino,

sbuccio anche una pèsca, ché altro c’ho che esca

dalla mia pensione, travolta dal ciclone

 

A volte, fortunata, magari s’ è giornata,

per far la pancia bella, ostia di mortadella

e parlo col fornaio, col grigio ex operaio,

che fa sua buona azione in cassa integrazione

nel nulla che l’inghiott, figurati lo yacht!

A cena scatolette di tonno e due gallette

se i figli sono tre, che uno resti a piè!

 

Indi, madame Ombretta, rifatta in plastichetta,

col suo faccin scimmin, vada a pulir camin!

Lasci che a trepidar d’alta forza moral,

sia, con al cielo un dito, profeta, suo marito

che cantò cose azzeccate, e non le sue stronzate!.

paesaneRie

 

 

S’alza con uno sciame di fragori

la vicina che lavora al bar

dalle sette alle quindici, senza profezie

scende le scale e spinge la miseria

fuori di casa, fuori dagli autorevoli dolori

S’alza e consuma poca acqua

s’alza e si stringe la cinta

bestiole dell’imprecazione

Io la guardo attraverso le rose

io, superflua di sorrisi, io

penso al cerchio dei suoi piedi

in terra che non sa di suo

e caffè serve, a lato il cucchiaino

fino alla buona stagione

fino al regno del sole

se qualunque dio vuole

cortometraggio

 

 

si prese sul serio contando due penny al sole

lucidi come le vele pronte a partire

si vide come una lucciola che fugge dal buco d’una tasca

gelida e chiara, libera di sfidar stelle e panchine

 

si mise addosso gli artigli d’un gattino e disse -

ho pronto un cammino, una mano per l’acqua,

una invadente stagione per tutte le stagioni -

 

la lingua che schiocca e schiocca, a scansare

gli amori, gli umori, i ratti come masnadieri.

 

dissolv’ire

 

 

Restasse così il giorno,

due ombre quasi per scherzo,

la paura di niente. Poiché niente

accade nel tramortito cielo.

Restasse così,

balcone senza inquilini,

pomeriggi di nicotina,

la fretta delle lucertole

nel calendario d’erba poco estiva.

Parlano gli anni, accasati,

amorevolmente moribondi.

Metto fra un poco trucco di gioielli,

il brillante di mammà,

l’orlo fino al ginocchio. D’una seta

speciale. Che struscia, fra le cosce,

tintinna, io so bene, silenziosa.

pellegrinaggi

 

 

 

giorni in fila dietro le sedie

il padre a lato

l’ ostia deglutita con attenzione

 

/ stupori

   siamo

   sparecchiati /

 

 

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