mite. il sogno.

 

1544296_742630322428296_1960593005_n

Dimmi come ci viaggeremo. Quanto sarà minuto il marciapiede, la scia della barca, la lamella del binario, la suola del coraggio. Dimmi come ci vestiremo. Se come i pastelli della primavera, leggeri di fibbie e campanelline, o, morbidi e lanosi, pronti ai tenui fermagli della neve, alla forma del vento che sconvolge i pini, la sonnitudine delle persiane. Che è tempo di muoversi, convincimi. Di lasciare la tazza e il cucchiaino, i nomi dei corsari, l’atlante da tempo stiepidito. E, una stagnola d’ombra, promettimi. Una mano sul petto. Un’infinita periferia. D’abituale camminar senza andar via. La spalluccia d’allegria. Ch’ è tua. Ch’è mia.

 

 

 

 

timid’aria

 

6112_10200967433688485_377568283_n

 

 

So che mi giaci. Pur nell’assente parola, mi giaci.

Ho anche un grattacapo di vita rampicante. Bicchieri

ancora da lavare. Un bucato scaduto da stendere

/ Sotto le rondini. Sotto la memoria del sole /

So che inseguo una forza d’ossa, il digiuno del fiele,

una pellicola di minuti giocata sul tuo nome.

Così, ogni tanto, mi vado a capo. Mi capito.

Come l’appetito necessario. La consolatio dei poeti.

Ché il tempo non mi rassicura. L’eternità.

La pietanzella della buona occasione.

 

grafia

 

 

toni-demuro1

 

 

Di sicuro c’è un mondo che si scrive da sé. Inafferrabile.

Come le foglie che trovi già morte al mattino. Non t’hanno

chiamato per la leggera agonia. Si sono staccate e basta.

Si sono chinate verso l’erba, senza quell’infinita vanità

che ogni addio regge. E, pure il fiore si spoglia. Si sparge

sulle lumachine e non t’avverte. Senza latrare svia dai suoi

colori. E così fa il verde del grano, l’ugola del cardellino.

L’occhio del clandestino. Il passo dei tuoi baci. Al mattino.

 

foglio e busta

 

1526141_656566397715356_2092819251_n

Potrei scriverti, chessò, per farmi fretta di calore. Per non perdere il disegno nell’aria, per impettire quasi un portento di valzer ( Ho camminato come una statua in equilibrio, la faccia in su. Dal negozio alle scale intirizzite ). Potrei ritornare a volerti qui. E dirti: perdimi in un brivido, sollazzami, barbugliami dall’orecchio al collo. Ma tu hai vaporosa lontananza. Frenella altalena.

 

 

 

aprilAnte

 

1538794_592119884208125_1192728054_n

 

 

 

Potrei darmi

al buon ago di filo, al

posticcio pasticcio del

dormirti lontano.

Con la morte che forte.

Che piano.

 

 

 

vetrosogno

 

1010679_827316543949834_30566952_n

Volevo mi facessi una fotografia. Prima o dopo l’amore.

Magari di spalle, verso la finestra. Il mare che scansa

la ferrovia, un miraggio di barca che consuma l’onda.

Volevo restasse un vapore di contagio. Di quella faccia,

la mia o la tua riflessa dal lucido legno, accerchiata di gioia.

Calma, la gioia, come a partire senza bagaglio. Un’orbita

che orbita dentro un pistillo. E che nessuno riconosce.

Se non te. Se non me. Se non il cappio di luna. Che intanto.

 

soul

 

 

 

gocce

 

 

Quando te ne vai divento un vetro senza finestra.

Sonnolente. Vetro che impara la polvere.

Quando le labbra chiudi e spegni gli occhi, mi preparo

al rumore del diluvio. Si fermano le spalle.

Sprofonda l’immaginazione. E muoiono tutti i fiori.

Tutti. Tutto l’inventario dell’arcobaleno.

E il respiro mi si mette dietro la schiena. E le cicche metto

nel sottovaso. E sul polso scrivo l’ora. Il triduo di mammà.

Quello contro i temporali. Contro la spina quaresimale.

 

*

 

dhe! sio!

 

 

henri_matisse__ragazza_seduta

 

 

Vorrei essere quella pesca turgida in fotografia.

Tonda e ferma. Abbracciata dalle foglioline.

Sopravvivente, avvenente, succosa e immobile.

Vorrei mi scoprissi all’ora del dolce appetito

e sentirti dire / oh! ben conosco come la tua voce

sa pinzare ogni bollicina d’aria /

. Ecco come ha saputo giocare il sole sul nocciolo segreto.

. Ecco il frutto. La polpa. Il costrutto.

 

 

aube. encore.

 

1002970_10152353374630476_113348080_n

Ti scrivo prima che cessi il sonno del vicino.

Prima che si sveglino i canarini alle sei e trenta

d’ogni dì. Prima, assai prima che Lina, la rossa Lina

del piano di sopra, apra il sonno dei bambini. E. Di

perseveranza si vesta. Come l’ albero che gemma da sé,

come la fontana che s’accende e i getti conta, fino a sera.

Fino alla chiusa tramontina, al tuppettìo dei

piatti per la cena. Ti scrivo prima d’ogni sconsolazione.

Lo sterno che spurga nostalgia. Il piede che morde nessuna via.

 

aube

 

555355_535253643160287_1841798016_n

 

 

 

Dormono ancora tutti. Meno i lampioni sui flutti.
Le palme a sbucciar mare. La cantilena delle lampare.
Dormono i bimbi nella stanza, la grazia plena, la speranza.
Dorme la lampada sul comodino. Il muto fiume d’un destino.
E
Veglia il mio nome sul cancello. La lucetta sul fornello.
Il foco per il caffè. Il buio che lasci, te.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 103 follower