dì stanze!

 

 

 

 

 

 

serena curmi

 

Avrei voluto parlarti dei ciliegi, se avessi avuto

ciliegi, magari piante d’ulivi, una bella misura d’orto,

una miniera di notte, scovata senza stelle, o, per

fortuna, di stelle. Avrei voluto raccontarti. Del tuono

del mare, sotto sole di dicembre. Il mare. Pelle azzurrina,

senza crepe, senza sostanza. Quasi. Avrei voluto fiutarti

creatura. Portarti il vino buono. Il segreto del mosto.

Una voce per parlare. Amare. Roteare.

 

 

( Illustrazione di Serena Curmi )

fra sé

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Leggo la pioggia, mentre ti aspetto.

Faccio la manicure ai fiori.

La biografia d’una lumaca, scrivo.

Dal vaso al manico di scopa.

Mi conto gli anni. In tanto.

La disciplina delle palpitazioni.

I sotterfugi delle utopie. E. M’intollero.

Mi lallero. Mi bistriccio. Come l’occhio

d’un clown. Che la guancia pulita, sogna.

La lacrima vera. Oh! Scena! Precisa.

con cura

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Eri quasi in quell’eterno fiume, madre, ma

ancora ti vivevano i capelli. Una bellezza appena

pugnalata. Dal figlio che più tornava. Dal dolore

che ti smisurava. Forse preghiere fringuellavi.

O, già, tutti i tuoi cari andati, vedevi. Non so.

Era così larga quella carità di dolore. Così strana

quella stanza che ogni tenerezza abbandonava.

La morte ti cresceva. L’inconoscibile stagione.

Mentre il padre aspettava. Smarriva. La croce

del tuo nome, disegnava.

 

/ A cura. D’amore /

 

6 Dicembre 2014

miracle

 

 

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Camminano le albe. S’allargano un poco

sui vetri. Sugli immobili destini. Qualche

sogno ritorna alla consegna. Il gatto spazzola l’aria.

Il cane, il padrone, ogni chicco in fiore s’apre

ai rumori. Io. Mi busso con due righe di preghiere.

Una per te, madre. L’altra per una, sol, ferita. Lieve.

diarietto

Di pomeriggio era poesia. Condono di tristezza. Dicembre pungeva di neve e le dita s’inventavano un fuoco, un gioco tra sedia e camino. Mese di ginocchia paonazze, del fermo ai vetri. Il sole s’accorciava sulla siepe, sul tenero presepe. L’ Avvento ci sognava in spalla, e infine, quando la luna sprizzava, anche tu, rientravi, madre. Guscio di noce. Immasticabile. Intirizzito. E trafitture sentivo. Catini di baci non dati. Ch’era fretta di cena. Vita da soldati. Così la tata. Le solitarie premure. Lo zucchero sul pane. I fratelli da badare. La gallina da sgozzare. Dolcetti a sognare.

visual

josephine cardin

 

 

Prestami

dita e sonagli.

Una

scrittura senza lamenti,

prestami,

un bene

che m’abiti sin dal mattino.

Una battaglia

senza vittorie.

Vedi?

La pioggia sente

la solitudine dei muri.

Il secco respiro

di queste povere poesie.

S’apre il giorno

senza tenerezze.

È nudo

sin

dai ginocchi,

sin dal muso

confuso dei

sogni.

 

( Ph. Josephine Cardin )

 

25 Novembre 2014. Giornata contro la violenza sulle donne.

 

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Guardami e saccheggiami con attenzione. Contami, prima, i capelli

d’anni, i solchi delle trecce, le campanelle delle corse. Con cura

sfiora l’arazzo delle mie pelli, dove ferite, ossa medicate. Dove

ogni verginità, ingiuriata. A modo, con modo, leggiti le briglie delle

fate, il tonfo d’uno schiaffo, lo schianto d’un miraggio. Saccheggiami,

ma prima sottoscriviti un dolore. Da levante allo scuro fondo di

ponente. Infibulami e perditi nel sangue. Contami negli immacolati

fili della neve. Nelle primavere risvegliate. Presto sarò nuova forza che

accompagna. Frutto d’un disordine d’amore. Sorella di sorelle.

Forte corrente. Maestosa. D’ogni consapevole destino. Odorosa.

in precisioni

 

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C’era un bacio che faceva frasTuono. Una pigra felicità.

Forse i lampioni sentivano il mare. E. Il mare una storia di stelle.

C’era l’ incanto a nudo. La mano che m’abitava. L’ora

a contorno. Il minuto, minuto. Il quadro azzurro. Il vigile saluto.

saison. temps.

 

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C’è nel grigio di novembre una tana scrupolosa di tristezza.

Un imminente smarrimento che preme dal cielo. E conta.

La poca luce che resta. Che dice, predice: Non ti salverai

dall’inverno. Dalle braccia acute del gelo. Novembre,

d’autunno muore. Le creature della gioia, muoiono. E. Meno

s’avvera il tuo nome. Ché, nelle briciole, il sole.

intimity

 

1904

 

 

 

ti parlo

sotto&voce

dita su d dita

 

con questa specie di fiato

 

mio pane

tu

 

mia nuca

cinta

 

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