otium

 

figure. Jason Langer

 

 

Oh mi vedessi, tu, ora, a testa bassa a sbirciare il decoro del silenzio.

La vestaglietta che mi respira sul petto, le dita a legger poesie.

Come un cieco che l’accento d’un verbo vuol sentire.

Ah! Potessi tu palparmi l’ombelico del cuore, il ventre,

il pube che di lontananza sfata. La tua giocondria, sfata.

Il credito delle tue mani. La calca dei baci.

 

( Foto di Jason Langer )

tout court

 

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Sei passato tra i miei capelli.

Diventami vento, ho pregato.

Come bambini con le mani all’aria

madama Dorè non è figlia di re

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Si spalma il belletto Madamadorè
La gonna a fossetta scucita dal re
Madama coi piedi di nulla mutato
Smalto di tigre appena appannato
Dorè che dal treno si getta nel mare
Voglia ha di chiocciole da sbaciucchiare
Dire a Nettuno quanto le garba
Scordarsi del mondo nella sua barba
Intanto in quel treno un libro s’aprì
Ed erano i ciuffi d’un bel colibrìiiiiii!!

( Simpaticamente. Tua. )

Qui

 

 

 

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L’ alba, i ciclisti, la vanità della rugiada.

Fiotti di palme e gerani. Un gesto azzurro

di mare. E le fusa d’una stella che non ti vede tornare.

*

Non siamo durati che un tonfo e un ritorno.

/ D’una discesa di baci. D’un vestito sfatto.

D’un lenzuolo a misfatto. /

a notte. stelle.

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Ho perso anche questo cader di stelle. Invisibile come la polvere che dentro un libro dorme. Dentro una svenuta poesia. Ho perso i petali del languore mentre il cielo al mare si consegna e ai pesci riporta le fuggiasche lucette. Ogni tentazione ho sfinito come un cane pigro che solo il sasso annusa. L’ombra del roseto lontano. E col vermetto gioca. Con la pioggia che dorme nel catino.

Segni

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Così mi morde il tuo nome sul petto.

La saliva avanzata, il chiasso dell’ombra.

temps. petit.

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Dei tuoi peccati m’assolvo. Dell’acqua

benedetta dai tuoi baci. Del disordine

delle tue spalle. Catino d’ onde in fuga.

E.

D’ una primavera, persino. Persino provvisoria.

Irritornabile. Persino.

d’estiv vita

 

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Cerco di non ascoltarla più la musica. Cerco di risolvere anima e orecchio solfeggiando appena qualche innocuo ricordo. Qualche finestrella che s’apparecchia verso due nuvole a picco. Verso l’ est, o, l’ asterisco d’orizzonte. Puntuale, prevedibile. Utile al sol fuoco di stagione. Cerco di non inciamparmi di sillabe quando mi torni in nome, nella moscacieca d’ogni carezza che vuole rincasare. Il cuore cerco di salvarmi. Le pieghe del fegato, il palpitare dei polmoni. La brace mi fo bastare; l’ago che pettina qualche orlo rimasto. L’intesa tra la sedia e il ciondolìo delle chiavi. A pomeriggio. A notte. Chiuso il cancello del mare. Chiuso. I pesci a scrivere il buio. Mentre scompari. E. Pure l’immaginario. Scompare.

 

intimid’ore

 

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Sei tornato come un vestito sgocciolato.

Come avessi tradotto un ponte, una strada,

in un piede bianco, veloce, mite alla stanchezza.

Sei tornato da così tale abbaglio- ti dico-

che mi freddi le pupille, ‘sino il cuore m’inciampi”.

E mi raccogli in mano. Dalla tua età ‘sì giovane

mi baci. Con la tua bocca fiammiferina. E,

d’un prato aperto, mi luccico. Come segreto

nell’erba. Stelo di seta. Ventre di cometa.

 

mite. il sogno.

 

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Dimmi come ci viaggeremo. Quanto sarà minuto il marciapiede, la scia della barca, la lamella del binario, la suola del coraggio. Dimmi come ci vestiremo. Se come i pastelli della primavera, leggeri di fibbie e campanelline, o, morbidi e lanosi, pronti ai tenui fermagli della neve, alla forma del vento che sconvolge i pini, la sonnitudine delle persiane. Che è tempo di muoversi, convincimi. Di lasciare la tazza e il cucchiaino, i nomi dei corsari, l’atlante da tempo stiepidito. E, una stagnola d’ombra, promettimi. Una mano sul petto. Un’infinita periferia. D’abituale camminar senza andar via. La spalluccia d’allegria. Ch’ è tua. Ch’è mia.

 

 

 

 

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