foglio e busta

 

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Potrei scriverti, chessò, per farmi fretta di calore. Per non perdere il disegno nell’aria, per impettire quasi un portento di valzer ( Ho camminato come una statua in equilibrio, la faccia in su. Dal negozio alle scale intirizzite ). Potrei ritornare a volerti qui. E dirti: perdimi in un brivido, sollazzami, barbugliami dall’orecchio al collo. Ma tu hai vaporosa lontananza. Frenella altalena.

 

 

 

aprilAnte

 

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Potrei darmi

al buon ago di filo, al

posticcio pasticcio del

dormirti lontano.

Con la morte che forte.

Che piano.

 

 

 

vetrosogno

 

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Volevo mi facessi una fotografia. Prima o dopo l’amore.

Magari di spalle, verso la finestra. Il mare che scansa

la ferrovia, un miraggio di barca che consuma l’onda.

Volevo restasse un vapore di contagio. Di quella faccia,

la mia o la tua riflessa dal lucido legno, accerchiata di gioia.

Calma, la gioia, come a partire senza bagaglio. Un’orbita

che orbita dentro un pistillo. E che nessuno riconosce.

Se non te. Se non me. Se non il cappio di luna. Che intanto.

 

soul

 

 

 

gocce

 

 

Quando te ne vai divento un vetro senza finestra.

Sonnolente. Vetro che impara la polvere.

Quando le labbra chiudi e spegni gli occhi, mi preparo

al rumore del diluvio. Si fermano le spalle.

Sprofonda l’immaginazione. E muoiono tutti i fiori.

Tutti. Tutto l’inventario dell’arcobaleno.

E il respiro mi si mette dietro la schiena. E le cicche metto

nel sottovaso. E sul polso scrivo l’ora. Il triduo di mammà.

Quello contro i temporali. Contro la spina quaresimale.

 

*

 

dhe! sio!

 

 

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Vorrei essere quella pesca turgida in fotografia.

Tonda e ferma. Abbracciata dalle foglioline.

Sopravvivente, avvenente, succosa e immobile.

Vorrei mi scoprissi all’ora del dolce appetito

e sentirti dire / oh! ben conosco come la tua voce

sa pinzare ogni bollicina d’aria /

. Ecco come ha saputo giocare il sole sul nocciolo segreto.

. Ecco il frutto. La polpa. Il costrutto.

 

 

aube. encore.

 

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Ti scrivo prima che cessi il sonno del vicino.

Prima che si sveglino i canarini alle sei e trenta

d’ogni dì. Prima, assai prima che Lina, la rossa Lina

del piano di sopra, apra il sonno dei bambini. E. Di

perseveranza si vesta. Come l’ albero che gemma da sé,

come la fontana che s’accende e i getti conta, fino a sera.

Fino alla chiusa tramontina, al tuppettìo dei

piatti per la cena. Ti scrivo prima d’ogni sconsolazione.

Lo sterno che spurga nostalgia. Il piede che morde nessuna via.

 

aube

 

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Dormono ancora tutti. Meno i lampioni sui flutti.
Le palme a sbucciar mare. La cantilena delle lampare.
Dormono i bimbi nella stanza, la grazia plena, la speranza.
Dorme la lampada sul comodino. Il muto fiume d’un destino.
E
Veglia il mio nome sul cancello. La lucetta sul fornello.
Il foco per il caffè. Il buio che lasci, te.

acquaticheRie

 

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Resta con gli occhi chiusi, ché qui piove.

La tramontana gratta le persiane, il mare

i pesci fa danzare, i cani ne’ vicoli si

mancano d’amore.

Rèstati nella veglia, e, fatti tu, d’amore.

Appoggiati a un colore. E. Primavera intanto

scrive le sue righe. I vecchi appoggiati all’orzo

e alla mollica. Il cuore che scorda a fatica.

Il papavero estivo. La grazia dell’ulivo.

 

meta. metà.

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Marzo di poca luce. E, un poco, tremano i fiori, i gambi delle sedie. Fuori, al grigio d’una sospensione. I tuoi occhi, il tuo braccio caldo d’un allora di bacio. E. Sei andato. Minuscolo di cuore. Andato. Come le belle vocali che sotto pioggia se ne stanno. Più brevi. Scolorite. Fin inascoltate. Qui. Nella stanza dell’avanzato pane, inquieta ogni incertezza. E. S’affida l’incertezza. Al focherello di stagione. Al tuo neppur d’amor, amore.

così. cose.

 

maggie taylor-the patient gardenr

 

 

Di tutto accadde e ci trovò, infine, solo, l’assolato smarrimento.

La poesia in posa triste, anche sulla riva del mare. Anche sotto

fazzoletti di nuvole e rondini a puntini. Ci accadde il profondo

cerchio d’anni. Lo stridolìo della nuca che si piega. Il batticuore

delle madri. I quaderni per non dimenticare. Un nemico da maledire.

Sotto il cuscino. Come giaculatoria senza miele. L’amore ci accadde.

Il viso, le mani trasformati. Il mento persino trasformato dai baci.

Così, transfigurati d’ogni sommessitudine di gioia. Nei pugni,

la gioia. A quando. E dove. E sempre. Giurandolando. 

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