intimity

 

1904

 

 

 

ti parlo

sotto&voce

dita su d dita

 

con questa specie di fiato

 

mio pane

tu

 

mia nuca

cinta

 

labyrinth

 

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Ho dipinto una vertigine.

Appena.

Quando.

Il labirinto delle tue mani.

epistolAria

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Mio caro, se non riuscirai a leggere questa mia, leggiti una stella a caso. Scrolla il sonno d’una qualunque conchiglia. Segui un’ape, una fogliolina lacerata dal temporale. I riccioli tiepidi d’una capra tornata al recinto. Ecco. Mi vedi? Sto lì, lì. Qui. In ogni infinita stagione. Muta. A riparo.

conseil. poétique.

 

 

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Continua a scrivere, a fumarti qualche spavento,
che, poi, diventi verso. Continuati silenziosamente
indaffarata. Cercati un vaso con la terra pronta,
coltivati la neve, la bestia dell’inverno. E, scrivi ancora.
Del taglio del gelo. Del testamento della primavera.
/Breve la primavera, che non sfama, ma tracima
d’apparente amore / Inciditi d’ ogni rettilinea paura.
Così. Solo per spaccare il vuoto. Nel vuoto. Scrivi.

in visibile

Milo Klaassen

Tu

sei la mia lingua minore,

apparente mio amore. Quella

rapita, schiva. Solitaria.

La mia pupilla madre,

che me ripara, cuce, orienta.

Tu

sei la lacrima che

m’allaga, quando in salvo ti

metti e per te solo divori

i frutti di stagione.

Tu

sei lo spericolato perdono.

In gola fino a sera. Quando

il soffitto è una sicumera.

Di come ero. Com’ era.

conseil

 

 

 

 

 

007

 

 

E dirti -

Leggimi come prima scena,

entrami dalla porta delle buone intenzioni -

Ho spalle di ‘sì piccole cose,

riccioli contaminati come bisturi.

Oh! Questa idiota esasperazione,

questa invidia d’una stanchezza felice.

Che immobile. Immobile.

 

( Foto mia )

primo amore

Robert-Doisneau-The-Bunch-of-Daffodils-

Dissi- È giorno di grazia-
e risuolai la fatica delle tempie.
M’addobbai d’ una fame nuova.
Solo basse maree, per veder meglio
persino il grano che stava a germogliare,
la fame dei pesci, il ramo delle ciglia.
Dissi- È il miglior ardore sulla terra,
la musica che non occorre suonare-
E fringuellai come eterna cicala. A rinviar l’inverno.
L’iride che da sé sfogliava arcobaleni. Senza
agonia del gelo. Il braccio, senza temer stagioni.

time line

Matisse.

È sempre il più bello, l’inverno già andato,

il pallid’ore d’una sofisticata primavera,

sulla scarpina nuova, sulle spalline appena spolverate.

Il più caldo resta il primo brivido sul fianco,

il primo incanto da bestiola. Per il viaggio d’una mano,

il fiato miracolato, dal collo all’insonne pulsar di bacio.

Io, me, che polline diventavo. Sale per alghe.

Ora, s’avvolge, ora, tutto d’ una precisa atonia.

Il sorriso appena sull’osso. La veglia di

carezza. Centesimo di fuoco. Il labbro sfitto.

sensual

fotocell 016

Chiudi bene la porta

ché ho voglia di dormirti

fuscellino fra i denti

ambulante scena

stridio delle mie mani

spleen. d’après midi.

 

fotocell 007

 

Con cura ti chiAmo.
Senza occuparti il cuore.

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